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Editoriale Mondo

La storia di Cecilia e la morte dell’infanzia

di Michele Finizio

La storia di Cecilia e la morte dell’infanzia

Quando ero bambino amavo una gallina. Si chiamava Cecilia. Piumaggio rossiccio e striature bianche, elegante nei suo passi brevi

Appena mi vedeva, stirava all’istante il collo e crocchiava un motivetto stile preludio alla tarantella. Era bellissima. Passavo le ore con lei in braccio a parlare dei miei sogni. Mi ascoltava, ne sono certo. Perché nel futuro che costruivo nella mia esagerata immaginazione, c’era sempre spazio per lei. Sull’isola o su Marte, sulla barca a vela nell’oceano, o nel castello dimora dei poveri. Cecilia era sempre con me. Quando le raccontavo del Castello dei poveri, dove tutti i diseredati del mondo avrebbero mangiato dolci e gelati a volontà, lei agitava le zampe. Un giorno mio padre decise che Cecilia doveva morire. Era la festa del Santo Patrono. Per noi, poveri, era uno dei pochi giorni dell’anno in cui finalmente si poteva mangiare qualcosa che assomigliasse al pranzo dei ricchi. La tradizione comandava gallina ripiena al sugo, orecchiette fatte in casa, antipasto di uova sode. Cecilia era l’ultima gallina, sopravvissuta alla strage della “candelora” quando, la notte del 2 febbraio, un branco di volpi saccheggiò tutti i pollai sparsi nei cortili delle case del paese. Ricordo quei momenti. Ero immobilizzato, fisicamente, dal pensiero che lei fosse stata uccisa. Corsi nel cortile. Tre galline morte, due scomparse, ne mancava una: Cecilia. Avvolto nel panico la cercai dappertutto. Era nascosta sotto il torchio del vino. Non dimenticherò mai quell’abbraccio, quel battito fragile di un cuore piccolo, che sfondava il mio petto. Mio padre fece irruzione nel cortile, aveva in mano delle grosse forbici. Mi ordinò di entrare in casa. Piansi tutto il giorno, a pranzo mangiai un pezzo di uovo, e stetti in silenzio tutto il tempo. Tornai nel cortile, vuoto di un vuoto indescrivibile. Mio padre mi raggiunse per consolarmi: “La gallina prima o poi sarebbe morta lo stesso, è la vita figliuolo”. Non avevo mosso un dito per impedire che Cecilia morisse ammazzata. Passavano i giorni e mi accorgevo che non riuscivo più a sognare, ad immaginare futuri improbabili e magnifici. Ho imparato che non puoi sognare se hai la morte dentro. Crescendo mi sono chiesto: come faranno a sognare quei bambini che piangono sotto le bombe degli adulti? Quei bambini che inciampano sui cadaveri dei loro compagni di gioco? Non puoi sognare se hai la morte dentro. Sono 3 milioni i bambini siriani che hanno oggi sei anni e non hanno mai conosciuto altro che la guerra.  Il sogno, quella farina dolce e quell’acqua limpida con cui i bambini impastano il futuro, in fondo è a loro che lo hanno rubato. E che dire dei bambini congolesi, sudanesi, somali, malesi, nigeriani? Vittime innocenti di cannibali in giacca e cravatta. A quando la rivolta civile contro questi saccheggiatori e torturatori di futuro? Dove sono finiti i pacifisti? In fondo Cecilia è il personaggio di una favola, ma Ammar è vittima di una tragica e vergognosa realtà. Lui, Ammar, sta impazzendo, e probabilmente morirà di angoscia. Loro, i veri pazzi, padroni e padroncini del mondo, coltivatori diretti di fazzoletti di terra che chiamano nazione o patria, continuano a uccidere. E noi, schiavi nei campi, continuiamo a masticare le “storie degli altri” come se stessimo al cinema o davanti al televisore ad ubriacarci di stronzate. L’infanzia sta morendo e con lei l’umanità intera.

Lun, 10/07/2017 - 12:42
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